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Il nuovo obiettivo dell’economia. La felicità sociale

Rocca, n. 7, 1 aprile 2010, pag 22

"Per uscire dalla crisi bisogna tornare a darsi degli obiettivi di giustizia sociale e felicità perché la ricchezza di una nazione è la dignità del lavoro. Senza tutto ciò la finanza continuerà la sua corsa speculativa di bolla in bolla pronta ad esplodere periodicamente".

A parlare non è un sindacalista o un estremista extraparlamentare, ma un economista "un po' anomalo" come egli stesso si definisce. Patrizio Bianchi, rettore dell'Università di Ferrara, allievo di Nino Andreatta all'Università di Bologna e di Romano Prodi con il quale si laureò nel 1976 con una tesi sul sistema di partecipazioni statali. Fu proprio Prodi a volerlo nel 1997 nel consiglio di amministrazione dell'Iri con l'incarico si seguire la privatizzazione delle imprese pubbliche italiane e poi nel 1999 a nominarlo presidente di Sviluppo Italia, l'Agenzia incaricata di attrarre investimenti nel Mezzogiorno. Nel 1982 fu tra i fondatori di Nomisma di cui sarà presidente del comitato scientifico fino al 2000.

In effetti, sentire un economista parlare di felicità di una comunità è fuori dagli schemi. Altri, infatti, sono gli obiettivi dell'economia: la crescita del Pil piuttosto che la crescita del benessere che non sempre coincide con l'aumento della ricchezza di un paese. Lo si è visto chiaramente con la crisi finanziaria che stiamo attraversando e che è partita dagli Usa per investire l'Europa. Un'enorme bolla speculativa che dava l'illusione del benessere e che è esplosa lasciando sul terreno milioni di posti di lavoro e nuovi poveri.

"Per molto tempo si è immaginato che la crescita economica potesse basarsi su una crescita speculativa. Questa, purtroppo, è l'idea tutt'ora predominante. Dobbiamo, tutti quanti, tornare a ragionare in termini di felicità sociale, che è la capacità di una comunità di crescere essendo capace di garantire un'alta qualità della vita e dei diritti civili spendibili. Dobbiamo tornare a dare questi obiettivi all'economia: qualità della vita, salute, ambiente, qualità urbana, educazione, ricerca. Questi erano gli obiettivi che l'Europa si era data con il trattato di Lisbona del 2000, ma che purtroppo sono rimasti sulla carta ed ora se ne vedono le drammatiche conseguenze. Avremmo potuto avere un'Europa più forte e competitiva con un ruolo di punta investendo nella ricerca. Tutto ciò non è accaduto e la crisi finanziaria e la crescita lenta che ci ha caratterizzati in tutti questi anni a quel punto erano ampiamente prevedibili".

Lo ricordiamo, per la cronaca, che il trattato di Lisbona del 2000 aveva definito "Occupazione, riforme economiche e coesione sociale. Un obiettivo strategico per il nuovo decennio". Parole profetiche che sono rimaste tali, anche sul piano della coesione sociale. Già allora si parlava della "necessità per l'Unione di stabilire un obiettivo strategico chiaro e di concordare un programma ambizioso al fine di creare le infrastrutture del sapere, promuovere l'innovazione e le riforme economiche, e modernizzare i sistemi di previdenza sociale e d'istruzione". E ancora: "L'Unione si è ora prefissata un nuovo obiettivo strategico per il nuovo decennio: diventare l'economia basata sulla conoscenza più competitiva e dinamica del mondo, in grado di realizzare una crescita economica sostenibile con nuovi e migliori posti di lavoro e una maggiore coesione sociale. Il raggiungimento di questo obiettivo richiede una strategia globale volta a:

  • predisporre il passaggio verso un'economia e una società basate sulla conoscenza migliorando le politiche in materia di società dell'informazione e di R&S, nonché accelerando il processo di riforma strutturale ai fini della competitività e dell'innovazione e completando il mercato interno;
  • modernizzare il modello sociale europeo, investendo nelle persone e combattendo l'esclusione sociale;
  • sostenere il contesto economico sano e le prospettive di crescita favorevoli applicando un'adeguata combinazione di politiche macroeconomiche".

Programmi quanto mai attuali, ma che non sono stati attuati e ora si tratta di capire come e quando si uscirà dalla crisi. Per la verità quel trattato prevedeva anche cose meno nobili come la privatizzazione dei servizi pubblici, tra i quali l'acqua.

"Questa crisi è a forma di cometa: quando ne vedremo passare il corpo grosso non ne saremo fuori perché la coda, proprio come una cometa, sarà molto lunga e a reggere meglio saranno, paradossalmente, i paesi in via di sviluppo. Si dice che il nostro paese ha retto meglio alla crisi a differenza di altri paesi europei. Certo, è vero, ma per una ragione molto semplice: il nostro punto di caduta era già più basso di tutti gli altri paesi avanzati". Tradotto: anche in un'economia con un trend positivo crescevamo meno degli altri. E qui i dati che cita il prof. Bianchi (di cui presto uscirà un libro su questi temi) la dicono lunga sul sistema impresa italiano: "Meno del 10% delle nostre imprese sono arrivate alla crisi avendo già ristrutturato". E sono quelle che al momento reggono meglio. Quelle i cui prodotti inglobano un alto livello di ricerca e know how. Insomma, un sistema paese vecchio, già con una struttura produttiva obsoleta è più facile venga travolto. Il caso dello stabilimento Fiat di Termini Imerese, da questo punto di vista, è emblematico. Uno stabilimento piantato su un'isola come una cattedrale nel deserto con il compito esclusivo di assemblare pezzi di auto che provengono da altre fabbriche italiane e dall'estero, invece che immaginare un indotto che produca componentistica in loco. Abbiamo visto tutti i servizi televisivi con i camion che attraversano la penisola per portare a Termini parti di carrozzeria. Un sistema irrazionale oltre che costoso dal punto di vista logistico e dell'impatto ambientale. Termini Imerese muore, mentre contemporaneamente Fiat acquista Chrysler negli USA dopo aver ampiamente usufruito per anni nel nostro paese di milioni di ore di cassa integrazione, incentivi alla rottamazione, contributi statali alla ristrutturazione e, non dimentichiamolo, aver ricevuto quasi in regalo dallo Stato l'Alfa Romeo nel gennaio del 1987. Una storia che varrebbe la pena tornare a raccontare, perché lì sta il peccato originale degli aiuti di Stato alla casa di Torino, e di cui non si sa fino in fondo se mai la Fiat abbia finito di pagare le rate allo Stato.

Per tornare a come si uscirà dalla crisi, la previsione del prof. Bianchi è che l'uscita dal tunnel riprodurrà il trend della fine degli anni Novanta "con una forte crescita dei paesi in via di sviluppo e una crescita lenta dei paesi maturi, con USA e UE che torneranno ad una crescita molto bassa mettendo in evidenza il fatto che in entrambe le economie si sono accumulati molti problemi strutturali. Da anni l'economia USA non cresceva e segnava grandi difficoltà", dissimulate, aggiungiamo noi, da una crescita finanziaria enorme che dava l'euforia della ricchezza, ma in un sistema che in realtà era drogato. Infatti, i paesi che stanno reggendo meglio, oltre alla Cina, sono quelli dell'America Latina, con il Brasile a fare da locomotiva.

Ed è proprio la Cina il colosso economico che più di tutti sta crescendo a ritmi vertiginosi. Non soltanto per quell'economia dell'imitazione che tutti conosciamo e di cui Roberto Saviano in "Gomorra" ci ha dato uno spaccato, ma anche per i settori produttivi con alto valore aggiunto. Dal 2000 il prof. Bianchi è economic advisor del governo cinese per lo sviluppo della provincia meridionale del Guang Dong dove ha anche insegnato presso la South China University of Technology e l'Università Suan Yan Tse di Canton. Il suo, dunque, è un osservatorio privilegiato. "La Cina uscirà dalla crisi diversa da come è entrata perché a differenza dell'Europa investe di più in ricerca e sviluppo. In questo sta la sua forza e la sua forte crescita. Di converso abbiamo un est Europa molto debole, spaccato e che diventa un carico pesante per l'UE". Insomma, la Cina sta facendo ciò che l'Europa non ha saputo fare dopo Lisbona, per lo meno per quanto riguarda la ricerca perché sulla qualità dell'ambiente e di diritti umani molte sono le ombre.

I dati resi noti dall'Istat il 12 febbraio scorso sul Pil confermano le previsioni del prof. Bianchi. L'Italia ha avuto un vero e proprio tracollo nel 2009 con un meno 4.9% del Pil rispetto all'anno precedente (il peggior dato di sempre da quando è cominciata la rilevazione statistica nel 1971), mentre nell'ultimo trimestre dello scorso anno rispetto allo stesso periodo del 2008 il calo è stato del 2.8%. Non stanno meglio altri partner europei. Nel Regno Unito il calo dell'ultimo trimestre 2009 rispetto all'anno precedente è stato del 3.2%. Per l'Italia si pone però un problema di assenza di politica industriale e di scelte strategiche per il futuro. I settori a tecnologia avanzata ed alto valore aggiunto dismettono le produzione sul nostro territorio. Della Fiat abbiamo già detto, ma c'è anche l'Alcoa e la Glaxo, quest'ultima del settore farmaceutico, settore, secondo Bianchi, che "ha avuto una buona crescita, ma che in Italia è marginale". Così come chiudono Motorola e Italtel due colossi della ricerca tecnologica avanzata applicata alle telecomunicazioni che stanno diventando sempre più strategiche e che metteranno a spasso ingegneri e personale altamente qualificato, risorse che rischiano di andare disperse.

Infatti, scrive l'Istat: "La diminuzione congiunturale del PIL è il risultato di una diminuzione del valore aggiunto dell'industria, di una sostanziale stazionarietà del valore aggiunto dei servizi e di un aumento del valore aggiunto dell'agricoltura". Insomma, la nostra industria produce sempre meno beni ad alto contenuto tecnologico e con manodopera scarsamente qualificata, con buona pace del made in Italy.

A fronte di tutto ciò, la risposta che viene dal governo è "un calo dei fondi per la ricerca e un impegno scadente per lo sviluppo della green economy", settore su cui le economie avanzate come quella tedesca stanno puntando in modo deciso i propri sforzi, tanto più a fronte di un prezzo del petrolio che è destinato a crescere ancora avendo tocca il punto di massima estrazione possibile di una risorsa in via di esaurimento. Per green economy non si intende solo la produzione di energia da fonti rinnovabili, ma anche la ricerca avanzata su nuovi materiali per il risparmio energetico, a cominciare dai materiali da costruzione per ridurre la dispersione termica e il bisogno di energia negli edifici. Ecco uno dei possibili scenari per uscire dalla crisi innovando la struttura produttiva del paese. Ma occorre fantasia e volontà politica se sole le energie, in un momento come questo, non fossero interamente assorbite a risolvere i problemi giudiziari del premier.

Giuseppe Fornaro

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