Passa ai contenuti principali

Delbono-Vendola. Modello bolognese VS modello pugliese

Quando la storia si fa beffe degli uomini! "C'è Delbono a Bologna", diceva lo slogan della campagna elettorale del candidato sindaco giocando sulle parole. Pane per i denti dei comici nostrani. Il sindaco uscente potrà, si spera, provare la sua estraneità penale ai fatti contestati, ma per intanto il danno è fatto e resterà a lungo come uno sfregio sul volto della città.

La vera beffa che la storia si è presa il gusto di infliggere sta nella contemporaneità delle dimissioni di Delbono a Bologna e il trionfo, ad ottocento chilometri di distanza, in Puglia, di Nichi Vendola. Perché la definisco una beffa? Perché da un lato la forza spontanea dei cittadini, che non si sono fidati del più grande partito di opposizione, ha spazzato via i giochi dell'apparato alle primarie per la presidenza della Regione Puglia. Apparato del partito pugliese, sia detto per inciso, controllato da D'Alema che aveva paracadutato un proprio uomo. Dall'altro, invece, il più forte apparato del Pd nazionale, quello bolognese, quello che invece riuscì ad orientare le primarie per il primo cittadino, subisce una debacle politica per implosione i cui esiti sono ancora incalcolabili. Migliaia di militanti e simpatizzanti, ancora una volta, avevano dato retta proprio a quel potente apparato e alla sua macchina organizzativa preferendo Delbono ai suoi compagni-avversari. Ora la delusione è tanto più cocente, la ferita tanto più profonda, quanto più alta era stata la fiducia riposta nell'uomo e nel partito che non ha saputo scegliere adeguatamente il candidato da sostenere. Tanto più che una città come Bologna, dopo 65 anni di governo di sinistra (a parte la breve parentesi guazzalochiana, più per abbandono del match da parte degli avversari, ad onor del vero, che per merito dell'ex presidente Ascom) conosce il commissariamento per la prima volta nella sua storia. Un fatto anche solo lontanamente immaginabile.

Bologna. Città simbolo. Bologna città mito di buona amministrazione, dove il modello nord-europeo di coniugazione del capitalismo e della solidarietà aveva trovato applicazione in un paese del Mediterraneo come il nostro. Bologna il cui modello non c'è più. Bologna che tende sempre più ad assomigliare a Roma anche nel malcostume. E non basta, anzi è ipocrita, dire: "sì, ma noi ci dimettiamo". Come se dimettersi non fosse un atto dovuto. In un paese civile, "normale", le dimissioni sono l'ABC del senso civico. E di questo va dato atto a Delbono. Dimettersi non è un atto di diversità. La diversità vera sta a monte, sta nel non uso privato e personalistico delle istituzioni, sta nel credere al proprio ruolo come servizio ai cittadini. Le stanze del potere e quelle dell'alcova sono sempre state intercomunicanti, da che mondo e mondo. Non sta qui lo scandalo. La vera perversione non è questa, perché altrimenti si rischia di fare del facile moralismo. La vera perversione sta nell'uso personale e privato che si fa delle istituzioni pubbliche e dei ruoli pubblici che si è chiamati a ricoprire.

Ecco, è proprio in questo errore di valutazione del personale politico da parte del partito che sta il naufragio del modello bolognese, semmai ancora esisteva. Un modello che ha visto sindaci come Dozza, Zangheri, Imbeni, e altri, invece, più recenti, non all'altezza della sua storia. Ora, è come se l'amministratore delegato di un'azienda avesse sbagliato completamente nella selezione degli uomini che andranno a ricoprire posti chiave portando l'impresa al fallimento. Ed è da alcuni anni che succede. La conseguenza inevitabile e sacrosanta sarebbe quella di essere cacciato a calci nel culo il giorno dopo dagli azionisti. Fuor di metafora, forse sarebbe il caso che gli iscritti al Pd bolognese (gli azionisti, appunto), e non solo, chiedessero le dimissioni anche di qualche segretario del partito a vari livelli. A questo punto si tratterà di avviare una riflessione anche su chi ha voluto e sponsorizzato così fortemente Delbono. Su chi ha profuso energie nel mobilitare le truppe cammellate del partito. Non sto pensando, ovviamente, ad una singola persona, sarebbe manicheo, ma un sistema di regole di partecipazione democratica vera che i partiti devono imparare ad adottare ascoltando di più le persone, soprattutto quelle più lontane da sé per avere veramente il polso della situazione smettendo i panni dei guru della politica che, come si è visto, non ci azzeccano. Non ci hanno azzeccato in Puglia così come a Bologna. Questi due casi sono la dimostrazione evidente dello scollamento del partito dalla realtà della società civile, sono la dimostrazione di un'autoreferenzialità che rischia di portarlo all'estinzione. È ora di aprire porte e finestre e lasciarsi contaminare da un meticciato politico per sviluppare sani anticorpi, un meticciato che non avrà gli esami del sangue conformi alla linea dettata dai vertici, ma per lo meno sarà un corpo vivo e sano. E chissà che anche i giovani non prendano la passione della politica intravedendo la possibilità di un assalto creativo al palazzo.

Commenti

Post popolari in questo blog

15 novembre 1943 la strage fascista a Ferrara

Il 15 novembre 1943 una rappresaglia fascista compì una strage, nota come strage del Castello Estense, a seguito dell'assassinio del federale Iginio Ghisellini attribuendo l'omicidio agli antifascisti. La storia ha poi accertato che si trattò di un regolamento di conti interno ai repubblichini. Dopo la liberazione quello che era Corso Roma divenne Corso Martiri della Libertà.




"La mostra sospesa" dal golpe di Pinochet ora a #Bologna

México. "La mostra sospesa". Si intitola così perché doveva essere inaugurata il 13 settembre 1973 a Santiago del Cile. Due giorni prima il generale Pinochet e la sua marmaglia attuarono il colpo di stato che portò alla morte Salvador Allende e la democrazia cilena. Da allora le opere oggi in mostra a Bologna a #PalazzoFava (fino al 18 febbraio prossimo), dopo essere state impacchettate in fretta e furia e rispedite in Messico da dove provenivano, non sono mai più uscite. Si tratta, dunque, di una prima assoluta in Europa. A palazzo Fava sono esposte opere di Orozco, Rivera e Siqueiros, tre dei più importanti muralisti messicani. Non vi parlerò della mostra né delle opere esposte perché non sono un critico d'arte, non è il mio mestiere. Di certo posso dire che ci sono opere di una potenza espressiva straordinaria per le emozioni che suscitano. Di una, in particolare, vorrei parlare: "Cristo distrugge la croce" (nella foto), del 1943, di Orozco. Un Cristo sceso…

Il genocidio

A trentacinque anni di distanza credo valga la pena rileggere questo intervento che Pasolini tenne alla festa de l'Unità di Milano nel 1974 e pubblicato all'epoca da Rinascita. È di un'attualità impressionante. Si parla di genocidio dei valori, di crisi economica, di incapacità a distinguere "sviluppo" da "progresso" (quanto di più attuale quando tutti, anche a sinistra, ormai parlano solo di sviluppo e trascurano il progresso, tranne che nel dirsi progressisti a parole), del ritorno sinistro di valori propri della destra nazista.

Pier Paolo Pasolini, Scritti corsari, Garzanti 1981, pag. 277.

Vorrete scusare qualche mia imprecisione o incertezza terminologica. La materia – si è premesso – non è letteraria, e disgrazia o fortuna vuole che io sia un letterato, e che perciò non possegga soprattutto linguisticamente i termini per trattarla. E ancora una premessa: ciò che dirò non è frutto di un'esperienza politica nel senso specifico, e per così dire prof…