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Tempo di primarie

E' tempo di primarie. Non è la prima volta che il Pd si affida a questo strumento, che portò Renzi la prima volta alla segreteria, per scegliere il proprio segretario. Eppure non mi capacito all'idea che chiunque possa partecipare al voto, iscritto o no al partito. Purché, si dice, sia un elettore di centrosinistra. Questo perché il regolamento del Pd prevede che il segretario sia anche il candidato premier e per questo motivo tutti gli elettori hanno diritto di sceglierlo. Una forzatura di cui è stato vittima lo stesso Renzi che nonostante ciò ci riprova con le stesse regole. 
Non mi capacito, pur non essendo io iscritto a quel partito. Vorrei poter scegliere il candidato premier, ma allo stesso tempo ritengo di non avere il diritto di scegliere il segretario di un partito se non ne sono iscritto. Perché, confesso, personalmente mi provoca un certo disagio. Forse solo perché sono ancora legato all'idea Novecentesca della forma partito. Lo ammetto. 
Ma mi chiedo come può una comunità di iscritti, che si dà delle regole, che ha un sistema di valori più o meno condiviso, un programma di governo proprio affidare poi la scelta del proprio leader a chi di questa comunità non fa parte. Perché si presume che poi il leader debba incarnare un determinato programma politico. Mi chiedo sulla base di quale criterio chi non è iscritto scelga. La simpatia personale? L'essere telegenico? Oppure, molto più concretamente, la funzionalità ad un progetto politico esterno e non necessariamente corrispondente a quello del partito e al suo sistema di valori e a quella comunità? Ed è qui che la figura del candidato premier si sovrappone, fino quasi a prevalere e a schiacciare quella del segretario di una comunità con una identità definita, soprattutto se gli elettori delle primarie sono largamente maggioritari rispetto agli iscritti. Ciò che fa la differenza, a quel punto, non è più il sistema di valori condiviso di una comunità ristretta, per quanto ampia possa essere, che si sceglie il proprio segretario, ma aspettative generali di buon governo che nulla potrebbero avere a che fare con i valori di riferimento di quel partito. Da qui le mediazioni inevitabili in ogni proposta di legge, che sono la norma in una coalizione (si pensi a quella sulle unioni civili, per citarne solo una), che però, sovrapponendo la figura di segretario del partito e di premier, hanno ripercussioni interne al partito stesso. Tanto che si è giunti alla scissione non solo per il caratteraccio di Renzi, io credo, ma perché quella fine era iscritta proprio nel dna di quel sistema di regole che, paradossalmente, chi è uscito dal Pd aveva contribuito ad approvare.
Perché delle due l'una: o si sceglie un segretario con una forte identità e che rispecchi quella del partito, ma in questo caso l'obiettivo di arrivare al governo è più arduo, oppure occorre una figura capace di coalizzare forze esterne sulla base di un mandato forte degli elettori delle primarie.
Renzi al primo mandato vinse perché usava un linguaggio diverso, sapeva usare i mezzi di comunicazione, parlava ad una generazione stanca di restare a guardare altri che decidevano per lei, mostrava fermezza e decisione nel perseguire gli obiettivi. Usava un linguaggio ammaliante anche per chi non fosse stato iscritto al Pd, ma appartenesse ad un'area vasta soprattutto di centro e di sinistra riformista. Eppure quelle regole per l'elezione del segretario il partito se le diede con il consenso di tutti i leader. Anche di quelli che provenivano da una tradizione ferrea nella scelta del leader qual è stata quella del Pci. I Bersani, i Veltroni, i D'Alema, ecc., quasi fossero stati presi tutti da una sorta di ubriacatura populista inseguendo l'allora nascente M5S. 
Scriveva bene, a questo proposito, Michele Serra nella sua "L'Amaca" del 18 aprile scorso. "Per generazioni si è pensato che il nemico della democrazia fossero le dittature; le rivoluzioni; i colpi di Stato. Ci tocca abituarci all'idea che il vero pericolo, per la democrazia, sia la democrazia, visto che sono gli stessi meccanismi democratici (niente è più democratico delle elezioni) a partorire sempre più spesso la sconfitta della democrazia".

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