Passa ai contenuti principali

Aldrovandi. Depistaggi e negazione del diritto

Un altro giudice, il Gup Monica Bighetti, dunque diverso da quello del processo principale sulla morte di Federico Aldrovandi, venerdì 5 marzo ha confermato che ci fu favoreggiamento e omissione d'atti d'ufficio con la sentenza di condanna per tre poliziotti (Paolo Marino, Marco Pirani e Marcello Bulgarelli). Per il quarto Luca Casoni, rinviato a giudizio per non aver scelto il rito abbreviato, al momento il giudizio è sospeso. In una parola ci fu depistaggio delle indagini, come già era emerso nel corso del dibattimento del processo di primo grado agli autori materiali della morte di Federico e come è chiaramente scritto nelle motivazioni della sentenza del giudice Francesco Maria Caruso.

Depistaggio sulla morte di un ragazzo di 18 anni per puro spirito di corpo. E' agghiacciante pensare che altri funzionari di polizia, come ho già avuto modo di scrivere su questo blog, lontano dall'immediatezza dei fatti e nel chiuso dei loro uffici, dunque a mente fredda, abbiano messo in atto consapevolmente (questo, finora, è ciò che dicono le sentenze) azioni volte a non accertare in modo obiettivo come si svolsero i fatti all'alba di quella tragica domenica del 25 settembre 2005. C'è di che preoccuparsi come cittadini. In altri tempi davanti la questura si sarebbe formato un presidio permanente per chiedere l'allontanamento dai loro uffici di tutti i condannati. Ma tant'è, questo è il paese delle deroghe, dei due pesi e due misure, delle regole che diventano carta straccia, dell'etica che è appannaggio solo dei fessi.

A un ragazzo di 18 anni e alla sua famiglia, con quei depistaggi, fu di fatto negato il diritto ad avere un processo giusto ed equo, il diritto a che la verità fosse accertata in modo chiaro, il diritto al rispetto delle regole, il diritto al diritto. Dall'attimo successivo in cui il cuore di Federico produsse l'ultimo battito, del diritto fu fatta carta straccia, del suo essere riconosciuto come persona portatrice di diritti inalienabili. Questo è quanto è avvenuto e quanto possiamo dire allo stato attuale delle sentenze. Negando a Federico questi diritti, sono stati negati a tutti noi, a tutti i cittadini ferraresi, a tutti coloro che avevano e hanno fiducia negli organi di polizia.

Per questo motivo ci sono tutti i presupposti per chiedere l'allontanamento dai loro uffici dei tre condannati (per il quarto rinviato a giudizio si vedrà), ma anche per un'altra ragione molto semplice: accedendo all'istituto del rito abbreviato hanno implicitamente ammesso le loro responsabilità. Infatti, i benefici di questo rito processuale derivano da uno scambio previsto dalle legge: gli imputati accettano di farsi giudicare solo sulla base degli atti del pubblico ministero, dunque sulle ipotesi accusatorie che così hanno un rilievo preponderante nella formazione del giudizio, in cambio di una riduzione di un terzo della pena e nessun dibattimento pubblico. Insomma, la prova non si forma più, come nel processo pubblico, dal confronto in aula delle parti. Da questo punto di vista le lamentazioni degli avvocati della difesa e degli imputati sono fuori luogo. Se erano certi dell'estraneità ai fatti loro contestati avrebbero dovuto accedere al dibattimento, ma non l'hanno fatto. Più dignitosa, infatti, appare la scelta di Luca Casoni, addetto all'ufficio denunce, di non aderire al rito abbreviato.

Eppure, di fronte a tutto ciò la città resta silente, parla d'altro. Le istituzioni tacciono, i partiti tacciono, la società civile, anche quella che parla a vanvera di non violenza, non ha parole da spendere su questo caso. E' triste constatarlo, ancora una volta, come manchino le parole proprio a chi con le parole cerca di costruire il consenso e di immaginare una società migliore.

Commenti

Post popolari in questo blog

Parigi: e se l'Isis non centrasse nulla?

Parigi. Ancora Parigi. E ancora un attentatore immigrato di seconda generazione, cioè nato e cresciuto in Europa. Al punto che diventa sempre più forte il dubbio che il terrorismo abbia origini e cause interne: la crisi economica, l'emarginazione delle periferie, la disoccupazione, la frustrazione dei giovani che non riescono a trovare una loro collocazione sociale e la conseguente delusione per le promesse di riscatto sociale tradite. L'Isis rivendica questi attentati per pura propaganda e gli esecutori materiali si servono dei riferimenti dell'integralismo islamico per darsi una veste identitaria. Ma non necessariamente l'Isis è il mandante. A meno che non si voglia a tutti i costi trovare un capro espiatorio esterno per i mali di una società che sono tutti interni. Finché non si prende atto che all'origine del terrorismo su suolo europeo c'è il fallimento delle politiche di integrazione, non si metteranno in campo le adeguate contromisure di contrasto. Ammes…

L'Italia che va a rotoli

L'Italia che va a rotoli è un paese in cui il senso del dovere di ciascuno e della tutela del bene comune è ridotto ai minimi termini. Controllori che sui treni non controllano non solo i biglietti, ma che passano oltre senza fare una piega se un ragazzotto mette le scarpe sul sedile difronte; vigili urbani che si girano dall'altra parte passando oltre un'auto parcheggiata in doppia fila; treni che fanno viaggiare i pendolari in condizioni disumane; cittadini che insozzano strade e giardini e che non si curano di pulire il marciapiedi davanti la soglia della propria casa perché è il Comune che se ne deve occupare. Tranne poi lamentarsi della mancanza di regole e invocare il pugno duro, ma sempre contro gli altri. Non cito nemmeno il caso dei piromani perché lì il senso civico, ovviamente, non c'entra nulla, nel senso che a muovere la mano sono interessi criminali precisi che col civismo c'entrano come i cavoli a merenda. Ho fatto un viaggio di  cinque ore, cambiando …

Il genocidio

A trentacinque anni di distanza credo valga la pena rileggere questo intervento che Pasolini tenne alla festa de l'Unità di Milano nel 1974 e pubblicato all'epoca da Rinascita. È di un'attualità impressionante. Si parla di genocidio dei valori, di crisi economica, di incapacità a distinguere "sviluppo" da "progresso" (quanto di più attuale quando tutti, anche a sinistra, ormai parlano solo di sviluppo e trascurano il progresso, tranne che nel dirsi progressisti a parole), del ritorno sinistro di valori propri della destra nazista.

Pier Paolo Pasolini, Scritti corsari, Garzanti 1981, pag. 277.

Vorrete scusare qualche mia imprecisione o incertezza terminologica. La materia – si è premesso – non è letteraria, e disgrazia o fortuna vuole che io sia un letterato, e che perciò non possegga soprattutto linguisticamente i termini per trattarla. E ancora una premessa: ciò che dirò non è frutto di un'esperienza politica nel senso specifico, e per così dire prof…