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La noia del posto fisso

Livù, n. 48, 2012
 
“Il posto fisso è noioso”. “I giovani italiani vogliono il posto fisso di fianco a mamma e papà”. Sembrano battute da bar sport, invece sono affermazioni di un governo da… bar. La prima è del premier Monti, la seconda del ministro degli interni Cancellieri. Ma siamo sicuri che i giovani di oggi vogliano il posto fisso? Non credo. Penso abbia ragione Monti nel dire che il posto fisso provoca noia. Aggiungo, a costo di essere impopolare, che il posto fisso a vita nuoce alla salute dell’individuo e del sistema. Dell’individuo perché si fossilizzano le capacità intellettive, il know how resta congelato, ma soprattutto, dopo molti anni si perde l’entusiasmo e la curiosità per un lavoro di cui si conosce ogni risvolto. E questo, e qui vengo al secondo punto, non solo non fa crescere intellettivamente la persona e il suo baglio professionale, ma costituisce un freno allo sviluppo del sistema. La curiosità, l’entusiasmo sono una molla vitale per immettere nel sistema produttivo energie positive, nuove, portatrici di un nuovo punto di vista, di un nuovo modo di fare, del fare. A patto che il sistema produttivo non sia conservatore, ma capace di aprirsi al nuovo, alle nuove idee, senza paura di esplorare nuove pratiche che scardino il “si è sempre fatto così” tipico di ogni posto di lavoro.
Sarebbe auspicabile che ci fosse la possibilità di cambiare lavoro senza problemi. Infatti, il punto non è “posto fisso sì, posto fisso no”, ma il fatto è che il lavoro non c’è, non c’è né fisso né mobile, non c’è la possibilità di trovarlo né di cambiarlo senza problemi quando se ne ha voglia, quando si sente di non essere più in grado di dare nulla di positivo nel posto in cui si è. Dovrebbe essere interesse delle imprese incoraggiare i lavoratori a cambiare, consce del fatto che questo sarebbe un valore aggiunto anche per loro in termini di energie e quindi di produttività. Purché gli individui siano a loro volta disposti ad impegnarsi in un progetto di formazione continua che assecondi le proprie inclinazioni.
Mi rendo conto che tutto ciò è pura utopia, sia per il dato contingente della crisi sia perché il sistema sociale nel suo complesso è strutturato su un sistema di stabilità e garanzie. Si pensi solo al sistema bancario dove i mutui vengono concessi solo a chi ha un reddito fisso, dunque un posto fisso. Allora, non è la mentalità dei lavoratori che deve cambiare, o per lo meno non solo quella, ma deve cambiare la cultura complessiva di un sistema che deve essere capace di aprirsi all’innovazione. E cosa c’è di più entusiasmante di un nuovo lavoro senza l’idea che possa durare per i prossimi trent’anni, ma con la certezza di trovarne un altro senza problemi?

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