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L'utopia ha inforcato la bicicletta

Secondo Marc Augé l’utopia ha un luogo dove realizzarsi, la città, e un profeta - per parafrasare un altro francese, Didier Tronchet e il suo “Piccolo trattato di ciclosofia” - la bicicletta. Qui e ora l’utopia di città affrancate dall’assedio delle auto e dall’inquinamento può muovere i primi passi (pardon, le prime pedalate) dall’alto del sellino della bici, se solo le scelte politiche avessero il coraggio di imporre dei limiti all’ingresso nelle città al traffico motorizzato privato. Ma non bastano i divieti, occorrono infrastrutture: parcheggi periferici serviti da bus navetta e dotati di parcheggi di bici pubbliche; trasporto pubblico efficiente ed efficace. Solo così si può vivere la città nella sua pienezza, luogo di socializzazione e di incontri, in cui le strade possono tornare ad essere anche luogo di gioco spontaneo per i bambini come prima che la motorizzazione di massa li espropriasse di spazi e li trasformasse in moderni reclusi in un mondo artificiale, dove tutto per loro è organizzato e programmato, evitando allo stesso tempo che la città diventi solo un luogo da attraversare o “un involucro vuoto”, “una cornice per turisti”, o “un museo all’aria aperta”, come dice Augé. Di seguito propongo alcuni estratti del suo ultimo libro edito da Bollati Boringhieri dal titolo “Il bello della bicicletta”. E già il titolo la dice lunga su quello che contiene il libro. Ecco alcuni assaggi.

“Oggi cambiare la vita significa per prima cosa cambiare la città. C’è molto da fare, e quanto viene fatto spesso non viene fatto bene. Ma che un’utopia abbia adesso il luogo dove realizzarsi è già qualcosa”.
Marc Augé, Il bello della bicicletta, Bollati Boringhieri, 2009, pag. 8.

“La prima pedalata equivale a una nuova autonomia conquistata, a una fuga romantica, a una libertà che si tocca con mano, movimento in punta di piedi, quando la macchina risponde al desiderio del corpo e quasi lo anticipa. In pochi secondi l’orizzonte chiuso si libera, il paesaggio si muove. Sono altrove. Sono un altro, eppure sono me stesso come mai prima; sono ciò che scopro”.
Ibidem, pag. 21.

“Sarebbe bello se la bicicletta potesse diventare lo strumento silenzioso ed efficace di una riconquista delle relazioni e dello scambio di parole e sorrisi!”.
Ibidem, pag. 28

“La bicicletta è quindi mitica, epica e utopica. (...) E’ al centro di racconti che richiamano in vita la storia individuale insieme ai miti condivisi dalla collettività; sono due forme di passato solidali, capaci di conferire un accento epico ai ricordi personali più modesti. Come sempre, il futuro si nutre di una consapevolezza chiara del passato. La bicicletta diventa così simbolo di un futuro ecologico per la città di domani e di un’utopia urbana in grado di riconciliare la società con se stessa”.
Ibidem, pag. 29.

“(...) la bicicletta forse acquista un ruolo determinante per aiutare gli uomini a riprendere coscienza di loro stessi e dei luoghi in cui vivono, invertendo, per quanto li riguarda, il movimento che proietta le città fuori da loro stesse. Abbiamo bisogno della bicicletta, per ritrovare noi stessi, proprio mentre ritroviamo un centro nei luoghi in cui viviamo.La posta in gioco nel ricorso alla bicicletta non è quindi di poco conto. Bisogna capire se, a fronte di un’ascesa galoppante dell’urbanistica che rischia di ridurre la vecchia città a un involucro vuoto, di trasformarla in una cornice per turisti o in un museo all’aria aperta, può invece esserle restituito qualcosa della sua dimensione simbolica e della sua iniziale vocazione a favorire gli incontri più inattesi. Si tratta semplicemente di ridare bellezza al caso, di cominciare a spezzare le barriere fisiche, sociali o mentali che irrigidiscono la città e di ridare senso a una parola, una bella parola: mobilità”.
Ibidem, pagg. 38-39.

“Se il mondo di immagini, di comunicazione e di consumo tende sempre di più a soffocare il pensiero dell’avvenire e a schiacciarlo sui dati del presente, allora forse esistono le condizioni per concepire un’utopia urbana efficace, cioè suscettibile di convincere gli abitanti della città. Il paradosso di quest’utopia è che noi ne conosciamo il luogo, anche se abbiamo molte difficoltà a definirne i limiti e le frontiere (dove inizia e dove finisce la città oggi?). L’uso della bicicletta consente di ridisegnare questi limiti e queste frontiere, di inventare itinerari inediti e di riconfigurare la vita reale – quella degli usi, degli scambi e degli incontri del quotidiano -; qui sta la nuova e sorprendente possibilità che si lascia intravedere timidamente, offrendo la rara possibilità di immaginare il futuro senza paura e con gioia”.
Ibidem, pag. 45.

“Il solo fatto che l’uso della bicicletta offra una dimensione concreta al sogno di un mondo utopico in cui la gioia di vivere sia finalmente prioritaria per ognuno e assicuri il rispetto di tutti ci dà una ragione per sperare: ritorno all’utopia e ritorno al reale coincidono. In bicicletta, per cambiare la vita! Il ciclismo come forma di umanesimo.
Ibidem, pag. 65.

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