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Col virus bisogna imparare a convivere. La politica riprenda il ruolo di indirizzo


La storia della nostra specie è fatta di una costante lotta per la sopravvivenza tra noi  e i virus. Una lotta che finora ci ha portati ad essere sette miliardi e mezzo sulla faccia della terra, quindi decisamente dominanti, spesso a discapito di altre specie viventi e che testimonia come, finora, la lotta contro i virus siamo riusciti a vincerla, al prezzo innegabile di vite umane. Se i nostri antenati dell'età della pietra si fossero chiusi nelle caverne in una sorta di lockdown primordiale oggi non saremmo qui perché a differenza di noi uomini del ventunesimo secolo, loro erano costretti ad uscire per procurarsi il cibo. Per altro i loro rifugi, poco più che tane, non erano certo più sicuri dell'ambiente esterno. Eppure, bisognava strappare la vita con i denti, procurarsi il necessario per vivere. Noi oggi abbiamo case sicure, confortevoli, cibo pronto che ci può essere persino recapitato accollando il rischio di contagio a qualcun altro. In questa sorta di egoismo da pancia piena siamo qui ad invocare l'ennesimo lockdown. La fobia ci sta prendendo la mano. Senza considerare gli effetti devastanti sull'economia, e quindi sulla sopravvivenza, in senso letterale, di ampie fasce della popolazione che perderebbero il lavoro. La strada da percorrere è un'altra e va imboccata subito: infondere risorse adeguate nella ricerca scientifica come è stato fatto per il vaccino al fine di trovare una cura adeguata per chi contrae il Covid19. Insomma, col virus dobbiamo imparare e rassegnarci a convivere. In fondo è ciò che l'umanità nel corso della sua evoluzione fa da milioni di anni: convivere con i virus. Non c'è altra strada.

E allora sono due le armi da usare di pari passo: vaccini e cure. Ora! Subito! Trovare la cure richiede tempo, ma bisogna partire al più presto. Si diceva all'inizio della pandemia che per il vaccino ci sarebbero voluti due-tre anni, invece in poco più di un anno ce l'abbiamo. La conoscenza scientifica e le tecnologie di cui disponiamo oggi ci consentono di cogliere la sfida per arrivare ad un risultato in un tempo ragionevole. E' singolare che non si senta più parlare di ricerca di una cura, ma solo e sempre di apertura sì apertura no. Due scuole di pensiero che dividono il mondo medico accademico di cui siamo francamente stanchi. Vorremmo sentire i vari accademici da talk show dirci cosa si sta facendo per trovare una cura. La vita non può essere fermata, la nostra socialità non può essere ulteriormente limitata. A questo punto i governi devono imboccare la stessa strada che hanno imboccato per il vaccino finanziando la ricerca sulle cure, con l'accortezza, questa volta, di non lasciare il coltello in mano dalla parte del manico alle industrie farmaceutiche. A questo punto questa può essere l'occasione per finanziamenti massicci alla ricerca nelle nostre università, una ricerca pubblica che renda pubblici i risultati, a differenza delle case farmaceutiche che hanno privatizzato i ricavi di una ricerca finanziata dal pubblico. Al punto che i paesi poveri non possono permettersi di acquistare il vaccino, sia per i costi, sia perché le major farmaceutiche non concedono le licenze per la produzione fuori dai propri stabilimenti.

L'altra strada è il potenziamento della sanità sul territorio, della sanità di prossimità riconoscendo un ruolo strategico ai medici di base per non mandare in collasso il sistema sanitario ospedaliero. Bisogna mettere al centro medici di base e Usca (Unità Speciali di Continuità Assistenziale) composte da infermieri e medici per l'assistenza domiciliare. Finora hanno fatto un lavoro silenzioso, ma prezioso che va potenziato e messo al centro del sistema di cura. Nell'ultimo anno non è stato possibile accedere ad altre cure e indagini diagnostiche che non riguardassero il Covid. Tutto è bloccato. Tutte le patologie che affliggono le persone sembrano essere scomparse dall'agenda sanitaria. Impossibile prenotare una visita specialistica o un'indagine diagnostica. Bisogna tornare allo spirito della legge istitutiva del sistema sanitario nazionale e rimettere al centro la prevenzione e la cura sul territorio, lasciando agli ospedali il compito di cura delle forme acute e la diagnostica avanzata.

A questo punto è ora che la politica riprenda in mano il ruolo di indirizzo che le spetta. I tecnici facciano i tecnici, si limitino a fornire consigli senza sbraitare un giorno sì e l'altro pure se la politica non segue gli indirizzi da loro indicati. E' la politica che deve fare le scelte i tecnici possono solo dare indicazioni che potrebbero anche non essere prese in considerazione perché per loro natura le indicazioni tecniche non tengono conto delle necessarie mediazioni che è compito specifico della politica.

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